UP Magazine Arezzo

Castelsecco

Potenza, storia, mistero. Il fascino di un sito archeologico unico al mondo, protetto da un muraglione a forma di conchiglia. Sul colle di San Cornelio resistono i segreti di antiche civiltà affidati nuovamente alla natura perché possa celarli e custodirli.
In attesa che Castelsecco torni a splendere

Geolocalizzazione

Castelsecco è adagiato sul colle San Cornelio, “fra i torrenti Castro e Vingone – spiegava Emanuele Repetti nel suo Dizionario geografico, fisico e storico della Toscana nel 1833 – un miglio e mezzo a scirocco di Arezzo”. In posizione frontale rispetto al Colle San Donato, su cui sorgeva l’antica Arretium, Castelsecco domina un’importante via di comunicazione che unisce la val di Chiana alla valle del Tevere e, di conseguenza, alle terre umbre.

Itinerari

Punto di partenza, per le passeggiate a piedi, lo stadio comunale in viale Gramsci. Percorrendo la strada che aggira il campo sportivo sul lato destro, attraversiamo alcune abitazioni fino a raggiungere un sentiero. La suggestiva e irregolare via si inerpica fra gli uliveti e la vegetazione toscana aprendo, di volta in volta, commoventi finestre sulla città di Arezzo. I raggi di sole filtrano fra la vegetazione rendendo dolce la salita. In 30-40 minuti si giunge al santuario di Castelsecco. Per il ritorno è possibile utilizzare lo stesso sentiero o passare per una via alternativa, che allunga la distanza complessiva dell’itinerario ma mostra nuove emozionanti panoramiche.

L’area archeologica si raggiunge anche in auto (o in bicicletta). In questo caso, percorrendo la SS73 verso Sansepolcro e superato il bivio per lo stadio, incontriamo sulla sinistra le indicazioni per la località Le Pietre.

Il misterioso passato

Il sagomato profilo di Castelsecco risulta bene riconoscibile da Arezzo e dalle valli circostanti. Il colle conserva uno dei più importanti complessi archeologici dell’intero territorio e si presenta come un’ammaliante terrazza ellittica affacciata sulla valle aretina. I numerosi ritrovamenti appartenenti a epoche differenti dimostrano come il colle fosse frequentato dall’epoca arcaica fino al secolo scorso. Per alcuni studiosi del passato era proprio qua che si ergeva la prima Arezzo, un abitato fondato da antiche popolazioni italiche e poi conquistato e reso potente dagli etruschi; per altri i primi ad accamparsi in questo luogo furono i romani con le loro organizzate legioni. I più poetici, invece, erano affascinati dal pensiero di una primitiva città edificata da genti misteriose e sorprendentemente evolute, con una chilometrica cinta muraria che racchiudeva in un abbraccio la città e la collina.

Gli scavi

Nel 1969 la Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana avviò i primi scavi con metodo scientifico sotto la direzione di Guglielmo Maetzke, seguendo la pianta redatta da Vincenzo Funghini già alla fine dell’Ottocento. Il lungo lavoro di rimozione della vegetazione e i relativi interventi di consolidamento e restauro, riportarono alla luce una serie di strutture stratificate databili tra il periodo ellenistico e quello basso-medievale; un imponente complesso monumentale caratterizzato, principalmente, da una cinta muraria, un teatro e un tempio realizzati nel II secolo a.C. al posto di un’area sacra precedente. Tra i tanti ritrovamenti nella zona, i più datati sono una fibula di bronzo del VII/VIII secolo a.C., una moneta etrusca e l’iscrizione tins lut (“dono a Tinia”, il Giove etrusco) su lastra di travertino.

Il muraglione

La parte che guarda a sud-est è stretta da uno spettacolare muraglione ad andatura curvilinea di macigni locali sbozzati, di varie dimensioni, che sostiene le vestigia dell’antico teatro. è alto più di dieci metri e il particolare profilo ondulato, scandito da quattordici poderosi contrafforti, lo fanno assomigliare a una gigantesca conchiglia. Sul lato ovest la cinta si interrompe ed è visibile solo in alcuni tratti. Enormi macigni di pietra arenaria murati a secco che, oltre alla funzione di sostegno al terreno, avevano sicuramente scopo monumentale.

Il teatro

Dolce metà della cinta muraria e contemporaneo al santuario, è il teatro che completa e arricchisce l’opera. Il piccolo altare del II secolo a.C. rintracciato vicino al palcoscenico, racconta di un luogo accurato destinato alle rappresentazioni sacre. È l’esempio di teatro etrusco italico meglio conservato al mondo. La cavea (le gradinate dove sedevano gli spettatori) aveva un diametro di 45 metri; all’orchestra era destinato uno spazio pavimentato di pietra in lastre di circa 15 metri e, dietro al palco, la scena con la fronte lunga ben 18 metri. Oggi l’odeon non è più visibile per preservarlo dai vandali. Fu deciso di ricoprirlo con la terra in attesa di tempi migliori.

I Templi

Il santuario etrusco e poi romano più imponente di tutta la vallata si trovava qua. Fra il II secolo a.C. e il I secolo d.C il colle ospitava un ampio agglomerato di strutture civili e religiose costruito tenendo, come punti di riferimento, due templi. Uno dedicato a Tinia e l’altro a Uni, la madre terra che dettava il ritmo alle colture e proteggeva le nascite e la maternità. A testimonianza di ciò, sul posto, sono state rinvenute numerose statue votive raffiguranti bambini in fasce, attualmente esposte presso il Museo archeologico Gaio Cilnio Mecenate.

Il capitolo UNESCO

A Castelsecco è legata una delle pagine più gloriose e, al tempo stesso, tristi della città di Arezzo. Nel 1976, dopo che il teatro venne portato alla luce con stupore e orgoglio dal professor Maetzke, il sito fu inserito dall’Unesco fra i tesori mondiali patrimonio dell’umanità. Poi, nel 1986, un ispettore dell’organizzazione capitò in visita a Castelsecco e, sorpreso e indignato dal degrado e dall’incuria in cui si trovava il colle, decise si depennarlo dalla preziosa lista. Si pensò così di interrare le parti più a rischio di danneggiamento nella speranza che, in futuro, potessero essere nuovamente scoperte e valorizzate come meritano. Nel 2011 l’Unesco ha inserito Castelsecco fra i suoi ventotto luoghi simboli di pace del mondo.

La chiesa dei santi Cornelio e Cipriano

Ai margini del complesso archeologico si trova una piccola chiesa sconsacrata che, nell’attuale veste, risale ai primi anni del 700. La presenza di una più piccola e antica cappella è attestata fin dal XIV secolo. Nell’800 l’area e la chiesa divennero proprietà della famiglia Giusti – quella del poeta risorgimentale pistoiese Giuseppe Giusti – e fu utilizzata come cappella privata. Venne poi abbandonata in seguito a una profanazione delle tombe avvenuta nel 1967. Ridotta a ruderi e macerie, la chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano è stata sapientemente recuperata dall’associazione Castelsecco, che ne ha fatto la sua sede.

L’Associazione Castelsecco

L’associazione Castelsecco è nata nel 2002 con lo scopo di recuperare e valorizzare la collina di San Cornelio e stimolare l’interesse di cittadini e istituzioni sulla straordinaria area archeologica. Il gruppo è composto da 107 volontari che dedicano tempo e risorse per la promozione del sito. Periodicamente, vengono organizzate visite guidate, laboratori didattici, concerti e tante altre iniziative culturali. L’associazione, insieme al comune di Arezzo e all’Università di Siena, allestisce in estate le “Serate a Castelsecco” e, in primavera, in città, la kermesse “Eticamente” che, attraverso vari incontri, abbraccia ambiti diversi come ambiente, informazione, medicina, religione e scrittura. Il sogno dell’associazione è che Castelsecco torni ad essere un tesoro per Arezzo e per tutto il mondo.

Chiara Calcagno
Chiara Calcagno
Chiara Calcagno
Ostinatamente giornalista, scrivo per lavoro, per piacere, per fare la spesa.
Mi nutro di bellezza, di mare, di vigne e di cinghiale in umido. Quello di mia nonna.
Vorrei avere capelli sempre in ordine e mani curate ma perdo troppo tempo a cercare le chiavi dentro la borsa.